Il gatto e i glucidi: dobbiamo inserirli nelle loro diete?

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Come formulare o scegliere un prodotto commerciale davvero adatto al gatto? In che percentuale devono essere presenti i glucidi (o zuccheri) nella forma di carboidrati complessi? Ce lo spiega la Dr.ssa Maria Mayer, tramite un breve estratto del suo libro “Nutrizione e diete casalinghe per cani e gatti sani” uscito la scorsa settimana sul sito Ebookecm.it, accreditato con 20 ECM.

Nutrizione e diete casalinghe per cani e gatti sani è un libro, ma anche un FAD accreditato ECM accreditato
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“Diversi autori hanno indagato l’alimentazione di gatti ferali, utilizzati come esempio per il gatto domestico. Secondo alcuni autori, i gatti ferali assumono una dieta composta mediamente da circa 1258 kJ/100g DM (o come più spesso utilizzato nei paesi non anglofoni, 300kcal/100 di s.s.), di cui circa il 52% proveniente da proteine, il 46% da grassi e solo il 2% dagli estrattivi inazotati, ossia i carboidrati [79].

Diversi altri autori hanno poi dimostrato come il gatto sia in grado di controllare e regolarizzare l’assunzione di macronutrienti, anche quando inseriti in un alimento secco industriale [80, 81].

Infine, dagli ultimi due studi citati si evince come il gatto presenti un limite, definito “tetto dei carboidrati”, pari a 300 kJ (= 71 kcal circa) al giorno: oltre questo limite, il gatto tende a limitare la sua assunzione di cibo, tanto che, in presenza di soli alimenti con una composizione calorica derivante in maggioranza da carboidrati (50% dell’EM) possono persino arrivare a malnutrizione, con carenza sia di proteine che di grassi [80, 81]. Quando messi di fronte alla possibilità di consumare alimenti industriali contenenti alte percentuali di carboidrati (52%), l’assunzione da parte dei gatti ferali è molto bassa, in particolare nella fase di ripetizione dell’esperimento, suggerendo una sorta di apprendimento per esperienza ad evitare questo tipo di alimenti [81].

Da un punto di vista metabolico, lo abbiamo visto, il gatto è un ipercarnivoro, il cui metabolismo è altamente adattato per soddisfare le richieste metaboliche di glucosio (ad esempio per il sistema nervoso centrale), a partire da amminoacidi tramite la gluconeogenesi  [82]. Da quanto discusso sopra, ci si potrebbe quindi attendere che il gatto rifiuti totalmente un alimento con percentuali di carboidrati molto più alte di quelle presenti in natura. Non parrebbe così però e anzi sembra che vi sia una sorta di adattamento al consumo di una quota di carboidrati, forse legato alla stretta convivenza con l’uomo da generazioni [35].  

Figura 4‑1 – Composizione della dieta naturale di un gatto ferale secondo Plantinga e colleghi [35, 79]. Notare come la percentuale di poco più del 2% introdotta da carboidrati sia segnata in verde, per distaccare il fatto che si tratta di vegetali, primariamente contenuti nell’intestino delle prede, e non di prodotti amidacei.

Anche nel gatto domestico quindi è possibile ricreare una “mouse-like diet”, quindi una dieta simile a quella dei gatti ferali, composta per la maggior parte da proteine, ed è questa attualmente la scelta non solo dell’autrice di questo testo, ma di molti altri nutrizionisti veterinari. D’altra parte, mancano dati per affermare con certezza che tale dieta sia quella ottimale per il gatto domestico, che ha obbiettivi ben diversi rispetto al gatto ferale (che deve solo riprodursi e sopravvivere), come contribuire ad un aumento della longevità o del benessere del singolo individuo [35].

Infine, un ultimo fattore contribuirà, con tutta probabilità, ad animare ulteriormente questo affascinante argomento nei prossimi anni. Al di là del gatto, che parrebbe parzialmente adattato al consumo di carboidrati, la dieta influenza il metabolismo di un altro importante componente della salute. Meriterebbe una trattazione a parte il “terzo incomodo”, quello che fino ad ora in nutrizione non è stato (e non è ancora per molti versi) considerato, quello che entra in contatto per primo con l’alimento e che ha il compito di trasformarne una parte, producendo metaboliti benefici o dannosi a seconda di quanto ricevuto: il microbiota intestinale [39, 83]. Si sa ancora poco in medicina veterinaria delle differenze provocate dall’alimentazione alle popolazioni microbiche intestinali, ma è probabile che questo aspetto potrebbe essere l’ago della bilancia fra un alimentazione “benefica” e una non favorevole alla salute [84, 85].

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Articolo estratto dal libro di Maria Mayer, DVM, PhD, Master di II livello in Nutrizione del cane e del gatto “”Nutrizione e diete casalinghe per cani e gatti sani“, accreditato con 20 ECM.

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Bibliografia: disponibile nel testo citato.

Photo by Yancy Min on Unsplash

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